I MAESTRI E I GIARDINI DA CUI TRAIAMO ISPIRAZIONE
- Roberto Burle Marx, maestro del Novecento
- Pietro Porcinai, Architetto del Giardino e del Paesaggio
- Carlo Scarpa, Il giardino della Fondazione Querini Stampalia
- Geoffrei Jellicoe
- Masatoshi Takebe, paesaggista contemporaneo giapponese
- Collage
file word  1. Roberto Burle Marx, 1909 - 1994, Brasile
"[...]In sintesi si può affermare che il vero segreto del modo di progettare di Roberto sta nel controllo sapiente
delle forme, dei colori, del tempo e del ritmo. Controllo progettuale che può fare grazie alla conoscenza profonda della natura
che gli consente accostamenti ed associazioni di piante ad altri impossibili. La stessa osservazione della natura gli ha dato,
come già visto, gli strumenti per percepire lo svilupparsi della tridimensionalità nel tempo. Per questo ha una grande capacità
di progettare i suoi volumi sapendo bene quali siano i ritmi e le modalità di evoluzione di ogni pianta da lui sperimentata.
Questa capacità di progettare fa sì che le sue composizioni, anche le più piccole dimensionalmente partecipano di uno spazio dilatato alla
conquista del paesaggio circostante; mai quindi "hortus conclusus" ma sempre, panorami lontani, profili di monti, linee del mare,
masse di foreste, o sky line di una città, tutto per allontanare i confini precisi di una composizione, e far giocare lo stesso
ruolo ad elementi vicini e lontani.[...]" Tratto da: Stimoli di una lezione di cultura della progettazione, dell' arch. prof. Giulio G. Rizzo nel suo libro:
Roberto Burle Marx, il giardino del Novecento, Ed. Cantini 1992 Firenze
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2. Pietro Porcinai
"... un professionista sensibile e attivo che sperava nella rinascita di attenzione verso il giardino,
verso il paesaggio, ma che puntava soprattutto alla riaffermazione di una giusta cultura del verde."
Annalisa Maniglio Calcagno, introduzione a Pietro Porcinai: Architetto del giardino e del paesaggio


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file word  3. Carlo Scarpa, Giardino della Fondazione Querini Stampalia, Italia
Brano tratto da: Carlo Scarpa, opera completa, “può l’ architettura essere poesia?”
Conferenza tenuta da Carlo Scarpa all’ Accademia di belle arti di Vienna nel 1976
“[…] Per me ad esempio è stata una fortuna trovare il volume intotolato “Vers une architecture”
di Le Corbusier al termine della scuola: rappresentò un’ apertura dell’ anima; da allora le condizioni
spirituali mutarono totalmente. Questo per ricordare le tappe di una piccola vita che non pretende
essere quella di un maestro, anche perché penso che i maestri, in questo momento, sono tutti morti.
Maestro infatti è colui che esprime delle cose nuove che altri possono capire… E i grandi architetti
moderni non ci sono più. L’ ultimo, Louis Kahn, se ne è andato in modo non bello – sono perdite
insostituibili…” L’ architettura può essere poesia?”. Certo. Lo ha proclamato F. Ll. Wright in
una conferenza a Londra. Ma non sempre: solo qualche volta l’ architettura è poesia. La società
non sempre chiede poesia. Non bisogna pensare: “farò un’ architettura poetica”. La poesia nasce
dalle cose in sé… La domanda dovrebbe essere questa: “Quando è poesia una base attica e quando
non lo è?”. Possiamo dire che l’ architettura che noi vorremmo essere poesia dovrebbe chiamarsi
armonia, come un bellissimo viso di donna. Ci sono forme che esprimono qualche cosa. L’ architettura
è un linguaggio molto difficile da comprendere – è misterioso, a differenza delle altre arti,
della musica in particolare, più direttamente comprensibile. In Giappone, ad esempio, si avvertono
due tendenze ben distinte: il buddismo, di derivazione cinese, e lo shintoismo, che rappresenta
il Giappone autentico; tutto il nostro gusto moderno e il nostro giudizio critico vanno verso
lo shintoismo- tanto è vero che l’ architettura cinese, pur molto gloriosa, non ci piace.
Il valore di un’ opera consiste nella sua espressione – quando una cosa è espressa bene,
il suo valore diviene molto alto.”
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4.Geoffrei Jellicoe, Inghilterra

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file word  4. Takebe, un giardino tra Occidente e Oriente
"[...] In esso il proprietario desiderava la
presenza di molte varietà di fiori variopinti come nei giardini occidentali,
pur mantenendo le caratteristiche di base del giardino giapponese tradizionale.
II paesaggista Masatoshi Takebe, la cui ditta si occupa anche della manutenzione
del giardino (che per le grandi dimensioni e la complessita delle piante necessita
di cure costanti), è uno dei maggiori esperti giapponesi di piante occidentali
e un entusiasta ammiratore dei giardini all'inglese. Negli ultimi anni si e assistito
a un crescente interesse nei confronti della tradizione paesaggistica occidentale,
con particolare riguardo alle piante da fiore, ma integrarla con quella giapponese
non è facile."
[..]
"Per combinare le tradizioni paesaggistiche giapponese e occidentale, il progetto
di Takebe ha previsto due tipi di accostamento. II primo, piu scontato, è quello
estetico: i fiori vivaci sono combinati per colori, tonalità e forme, oltre a
comprendere i verdi scuri e i grigi della tradizione giapponese. Peonie,
nontiscordardime, anemoni e tulipani sono solo alcune delle oltre trecento
specie di piante fatte arrivare da ogni parte del mondo."
Tratto da:
Nuovi giardini giapponesi, Ed Logos Modena 2002
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5. Collage
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